La solitudine del traduttore

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La solitudine del traduttore

Il traduttore è un personaggio strano: dovrebbe essere –per lo meno il traduttore letterario- un ottimo comunicatore, quindi uno dei suoi “must” è senza dubbio il sapersi rapportare con gli altri, per trasmettere emozioni e vibrazioni. D’altro canto, il suo mestiere lo costringe a passare molto tempo –se non tutto il tempo- da solo, davanti ad un computer. Prima c’era la macchina da scrivere, più scomoda sì, ma almeno c’era il rumore dei tasti, un tempo addirittura lo scampanellio dei ritorni a capo, ora… il silenzio, la mancanza assoluta di contatti umani, l’essere da soli con se stessi, lo spaziare della mente mentre si scrive in un dialogo eterno con il proprio io.  Forse avverto con particolare disagio questa solitudine non nascendo come traduttrice, ma essendo stata per anni in grandi aziende chiassose e piene di gente. Certo, ci sono i pro e i contro. Si può ascoltare la radio o la televisione, ci si può interrompere quando si vuole, si può fare o ricevere una telefonata, si può andare a fare una passeggiata e poi riprendere a lavorare, si può scegliere di lavorare ad un’ora piuttosto che ad un’altra, ma, per me, che amo le regole e la disciplina, questo è spesso un limite e non una ricchezza.

Mi ha molto colpito leggere un paio d’anni fa il resoconto di una traduttrice, Roberta Scarabelli, che raccontava la sua esperienza del “bunker” di Segrate”, dove un gruppo di traduttori di vari paesi del mondo è stato “rinchiuso” (durante la giornata lavorativa, beninteso, non esageriamo) per due mesi in una sala, senza cellulari e senza contatti con l’esterno, per tradurre “Inferno” di Dan Brown. Il racconto della Scarabelli (vi invito a leggerlo in rete, su “strademagazine.it”) è molto ben scritto  -come ho già detto un buon traduttore deve essere un bravo scrittore- , ma ci fa riflettere molto. In questo caso i traduttori non erano soli, anzi, potevano e dovevano scambiarsi opinioni ed interagire, ma, anche se la Scarabelli tiene a sottolineare alcuni aspetti positivi, trovo che questo modo di tradurre un libro sia abbastanza inquietante. Inoltre sono rimasta sconvolta dal fatto che delle terzine apocrife siano state ritradotte in italiano dall’inglese senza andare a recuperare gli originali…(nessun demerito per la Scarabelli, che anzi ha tutta la mia ammirazione)! Ho letto “Inferno” in inglese (non mi è piaciuto un gran che, in particolare non lo trovo adatto ad un pubblico italiano, in quanto tratta Dante e l’Italia come se fosse un mondo lontano da spiegare ad uno studente), ma mi chiedo come sia risultata la traduzione, specialmente adesso che so che ci hanno lavorato più mani e per così breve tempo in condizioni a dir poco “curiose”.Qualcuno l’ha letto in italiano e mi può dare un parere? Forse stavolta la traduzione è meglio dell’originale, chissà…