Gli incontri che ti cambiano

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Gli incontri che ti cambiano

Nella vita di ognuno ci sono degli incontri che ti cambiano, può trattarsi di una persona, di un luogo, di un libro. Alcuni libri ti scivolano via senza lasciare un segno. Altri ti accompagnano per sempre. E forse non saremmo le stesse persone che siamo oggi se non avessimo respirato le atmosfere rarefatte di Proust, il senso di fragilità di Mann,  lo smarrimento e l’impotenza di Kafka, la dolcezza di Hosseini, le vibrazioni di  Sendker o di Hesse, il potere della storia di Tolstoj, l’essenzialità di Hemingway, l’intensità del vivere della Allende o di Marquez  e… l’elenco potrebbe naturalmente continuare all’infinito.

“L’uccello che girava le viti del mondo” di Murakami è uno di questi libri. Mi piacerebbe conoscere la traduzione letterale del titolo per comprenderne meglio il significato, il titolo italiano indica -in modo del tutto appropriato- la tensione verso qualcosa che dia ordine a quanto avviene intorno a noi. Il sottile e sconvolgente equilibrio tra reale e irreale, il dipanarsi della storia in un continuo alternarsi tra piano onirico e piano quotidiano trasportano il lettore in un mondo che a tratti esiste e a tratti non esiste.

La trama non è importante, è la storia della scomparsa di una moglie qualunque in un giorno normale per motivi apparentemente inspiegabili, forse futili forse profondissimi,  e della ricerca di lei, forse inutile forse fondamentale.

Il libro può essere considerato un giallo, un romanzo, un saggio, in realtà è tutte queste cose insieme. In questa ricerca, il marito incontra una serie di personaggi che, dall’inizio alla fine, il lettore può decidere a suo piacimento che siano reali o meno, ma che comunque mi sembrano tutti una proiezione del sé, forse la moglie stessa lo è.

Il fatto che ogni scoperta e ogni passo avanti nella storia sia scandito dalla discesa all’interno di un pozzo profondo è emblematico ed il riferimento a Freud come viaggio nel proprio inconscio viene assolutamente spontaneo. Il pozzo rappresenta il confine tra i due piani sui quali si muove il protagonista e ogni discesa è una conquista in più verso il conseguimento di risposte che all’inizio sembravano irraggiungibili o che sono destinate a restarlo. Non vi sono spiegazioni chiare per ciò che avviene, o meglio vi sono più spiegazioni, come sempre accade nella vita, dove nulla è assoluto ma può assumere aspetti diversi a seconda dell’angolazione. Di estrema importanza mi sembra la figura della ragazzina con la quale il protagonista inizia casualmente a rapportarsi ed alla quale resta legato da un filo indissolubile in quanto va a costituire –senza ragione apparente- l’alter ego o la voce della propria coscienza.

Definirei questo libro un viaggio, un viaggio nelle profondità della terra, che in realtà è il profondo della nostra anima. Un viaggio che non deve smettere mai ed è per questo che il libro secondo me acquista un fascino particolare –tutto nipponico e al tempo stesso universale- e rappresenta una tappa imperdibile nella ricerca di sé, dalla quale qualsiasi lettore può trarre un insegnamento diverso applicabile al suo caso personale.