Il mestiere che svolgiamo riflette quello che siamo e noi riflettiamo quello che è il nostro mestiere. Ciò vale naturalmente a condizione che questo mestiere sia nato da una scelta o comunque si sia presentato nella naturale evoluzione del nostro cammino e sia effettivamente ciò che ci piace fare e che siamo portati a fare.
Essere traduttori o essere interpreti è molto diverso
Essere traduttori per lo più è un lavoro che si svolge in solitudine (vedi “La solitudine del traduttore”), in un ambiente tranquillo e talvolta ovattato. Ci si confronta soprattutto con se stessi, ci si aiuta con testi di riferimento che si vanno a ricercare, si studiano, si approfondiscono. L’aspetto fisico del traduttore non ha alcuna importanza, può anche trascorrere la giornata in tuta, tanto nessuno lo vede, non per niente al recente “Salone del Libro ” di Torino il traduttore è stato definito l’”autore invisibile”.
Essere interpreti può significare fare “chuchotage” (cioè “sussurrare”) oppure tradurre in cabina con le cuffie – allora è un’altra storia- ma, per quanto riguarda l’interpretariato “consecutivo” (cioè quello in cui si ascolta l’interlocutore e si traduce in seguito), significa anche stare a contatto con la gente, saper parlare in pubblico, avere un aspetto curato perché si sta di fronte all’auditorio e allora è fondamentale essere spigliati e disinvolti. In questo l’autostima svolge un ruolo fondamentale, in quanto occorre saper gestire le situazioni, capire quando è il momento di parlare, quando è il momento di imporre il proprio intervento, saper stare al centro dell’attenzione, ma anche quando è meglio tacere, fare un passo indietro… C’è l’interpretariato di trattativa, dove è importante non commettere errori, perché una frase mal espressa o un tono apparentemente sgarbato o invece troppo gentile possono influire sulle decisioni dell’interlocutore. Per non parlare dell’interpretariato parlamentare ad alto livello che può addirittura essere al centro dei destini di una nazione o di un popolo, se non di portata mondiale (come nel film “The Interpreter”).
Di solito quindi essere interprete o traduttore sono due facce diverse della stessa medaglia e, qualche volta, ma non sempre, convivono in una stessa persona. Nel mio caso personale, in passato ho spesso lavorato come interprete e devo dire che lo trovavo molto divertente. Con il passare del tempo, mi sono sempre più specializzata nel lavoro di traduttrice e anche il fatto che questo mestiere non preveda né spostamenti né orari risponde maggiormente all’aspetto più “introspettivo” che ora mi appartiene maggiormente.
